Ci sono luoghi in cui l’innovazione ha un volto umano. E ci sono storie che non si raccontano solo con i dati, ma con le trasformazioni silenziose che avvengono dentro le persone. Il mio viaggio nella cooperazione mi ha portato a Verona, alla Cooperativa Sociale Galileo, dove la disabilità incontra l’information technology e ne nasce qualcosa di straordinario.
Galileo nasce nel 1991, in Veneto, con un’intuizione che a rileggerla oggi pare visionaria: portare le persone con disabilità dentro il mondo del digitale, quando ancora in Italia la parola “inclusione” suonava come una promessa lontana. Comincia tutto con il data entry, con piccoli software su misura e un’idea semplice ma radicale: ognuno può avere un ruolo, una competenza, una possibilità. Ogni individuo, indipendentemente dal proprio limite, ha dentro di sé una risorsa che può diventare valore per gli altri.
Oggi, Galileo è diventata molto di più. È un’impresa sociale tecnologica che sviluppa software, gestisce infrastrutture IT, costruisce reti metropolitane, realizza soluzioni di domotica per la sicurezza delle persone fragili. E nel frattempo forma, accompagna, assume. Fa quello che molte aziende promettono, ma che poche realizzano davvero: unire competitività e responsabilità sociale.
“Non siamo una cooperativa tipica”, mi ha detto Pierluigi, che di Galileo conosce ogni sfumatura. “La parola che mi rimbomba in testa da quando sono arrivato qui è sfida”. E in effetti, qui tutto profuma di sfida: sensori avanzati progettati per monitorare la stabilità delle torri autostradali, sistemi intelligenti per orientarsi in ospedali e centri commerciali, software capaci di supportare centinaia di migliaia di utenti in cloud, intelligenza artificiale per leggere, comprendere e ordinare informazioni in modo intuitivo e accessibile.

Quello che colpisce, però, non è solo la dimensione tecnologica – che è alta, molto alta. È la direzione. È l’intenzionalità. Ogni progetto, anche il più tecnico e sofisticato, parte da una domanda: come può migliorare la vita delle persone? Come può includere, restituire, accompagnare?
I profitti di Galileo non finiscono in dividendi. Non servono ad arricchire pochi, ma a generare opportunità per molti. Vengono reinvestiti per creare lavoro stabile per persone con disabilità fisiche o psichiche, per formare persone esodate, per offrire nuove possibilità a chi rischiava di essere dimenticato ai margini del mercato del lavoro. Galileo non ha mai fatto dell’inclusione un’etichetta, ma un metodo, un processo, una missione quotidiana.
In Galileo la diversità non è una barriera da gestire. È la chiave che apre a nuovi modi di pensare il lavoro e l’impresa. È stimolo, è creatività, è energia. Le persone con disabilità non sono “assistite”, ma professionisti. Entrano nei team, si formano, diventano parte della strategia aziendale. Cambiano il linguaggio interno. Portano visioni diverse, soluzioni nuove, umanità.
Pierluigi mi ha raccontato di chi arriva con l’autostima sotto i piedi e, lavorando, scopre di saper fare, di poter essere. Di persone che tornano a casa con uno stipendio ma, soprattutto, con la consapevolezza di avere un posto nel mondo. “Vederli fiorire – dice – è una delle cose più belle di questo lavoro. Non è solo una crescita professionale. È una rinascita personale.”

E mentre lo ascoltavo, pensavo che la tecnologia – quella vera, quella etica – non è mai neutra. Può essere uno strumento per semplificare, certo. Ma può anche essere un ponte tra le persone. Un acceleratore di inclusione. Una mano che ti tira su, proprio quando pensavi di non potercela fare.
Galileo è tutto questo. È un’impresa competitiva, che si misura ogni giorno sul mercato, che investe in formazione, ricerca, qualità. Ma lo fa senza mai perdere la sua anima cooperativa. Perché la vera innovazione, qui, è la coerenza. È il tenere insieme la precisione del codice e la fragilità dell’essere umano. È sapere che dietro ogni algoritmo, ogni cavo, ogni protocollo, ci sono delle persone che possono cambiare vita grazie al lavoro.
Nel mio viaggio nella cooperazione, oggi ho scoperto che anche un algoritmo può avere un cuore. Che anche la fibra ottica può trasportare speranza. E che in una piccola sede veronese può nascere una delle più grandi idee di futuro che io abbia mai incontrato.